Lui è

Fabrizio

La nuova vita di Fabrizio: un campione con il pallone e nella vita. Un ragazzo che ha trovato il coraggio nell’amore, quell’amore che supera ogni confine perché è quello per la propria vita. Fabrizio ha deciso di segnare il rigore decisivo, dopo essere caduto, si è alzato ed ha vinto!

La mia nuova vita ha inizio in un pomeriggio di autunno di 6 anni fa , precisamente l’8 ottobre del 2015. Quel pomeriggio,mi chiamarono i miei amici per andare a giocare una partita di calcio nel campo sportivo del mio paese. Io, naturalmente, accettai ben volentieri di andare a giocare con loro, perchè il calcio era il mio sport preferito.

Sono un tifoso della Roma, e proprio come faceva il capitano, Totti, quel giorno durante la partita mi venne fuori un gran bel goal. Ero felicissimo a fine partita e decisi di prendere il borsone e tornare a casa a piedi, nonostante mia mamma stesse già venendo a prendermi.

Mi fermai al bivio e decisi di non fare la solita strada , “oggi mi va di cambiare” ho detto tra me e me, quindi percorsi la strada principale. Mentre camminavo, sentii alle mie spalle un forte rumore come se il marciapiedi si stesse frantumando; voltandomi, mi trovai una macchina addosso e d’istinto feci solo in tempo a saltare per non essere colpito in pieno.

Probabilmente, quel salto mi salvò la vita, ma a subire il danno più grande fu la mia gamba destra, che rimase fra il paraurti della macchina e un palo della luce. Io, invece, mi ritrovai nel sottostrada pieno di sangue. Non so dove trovai il coraggio per riuscire a risalire in strada perché l’urto fu talmente forte che venni scaraventato in un punto in cui non mi vedeva nessuno, neanche la signora che era alla guida della macchina, che nel frattempo si accorse della mia gamba e urlava in cerca di aiuto.

Tornato in strada a soccorrermi ci fu un vigile del fuoco che abitava lì vicino, il mio angelo custode, che prontamente si levò la cintura e mi bloccò l’arteria femorale per evitare che l’emorragia mi uccidesse. L’ambulanza arrivò in pochi minuti e iniziò la mia odissea verso l’Ospedale Pugliese di Catanzaro, il più vicino al mio paesino, ma che è distante 30km.
Ricordo tutto di quel viaggio, ero vigile. Fui io stesso a dare ai medici il numero di telefono di mia mamma per avvisarla. Cercai di non mollare anche se capii subito che quello che mi stava capitando era una cosa grave, perché vedevo di fronte a me la mia gamba.

Cosciente chiesi ai medici “Morirò?”. Con il sorriso di chi vuole rassicurare, mi dissero di no. Ed io da ragazzino qual ero, innamorato della vita e del pallone, gli chiesi se avrei mai potuto di nuovo giocare a calcio e correre. A quella domanda, non seppero rispondere, forse perché la promessa che dovevano farmi era così difficile. Con tutte le mie forze, riuscii ad arrivare in ospedale. La mia odissea continuava: in ospedale non c’erano né un anestesista, né un chirurgo pronto ad operare d’urgenza. Cosa fare a quel punto? Il mio è un piccolo paese della Calabria e dovevano per forza trovare un altro ospedale efficiente in cui trasferirmi. Chiamarono l’elisoccorso, dovevo essere operato all’ospedale Cannizzaro di Catania. Ancora non riusciamo a spiegarci perché il pilota si rifiutò di volare. E così in mezzo alla sventura e al dolore, fu organizzata una staffetta con la polizia stradale che mi accompagnò in ambulanza da Catanzaro a Catania. A Catania, si fecero trovare tutti pronti: il reparto di chirurgia plastica ed il mio secondo angelo custode di quel giorno, il dottore Renato Fortuna, mi accolse con un rassicurante sorriso.

L’operazione fu lunghissima, cercarono per tutta la notte di riattaccare la mia gamba. La mia famiglia mi aspettava dietro la porta della sala operatoria; tutti speravano e pregavano per me.

Quell’angelo mi salvò la vita, ma per la mia gamba non ci fu niente da fare. Mi svegliai in terapia intensiva e non appena aprii gli occhi chiesi subito della mia famiglia. Qualche istante dopo fecero entrare mia mamma. Era sconvolta dalla notizia e nei suoi occhi leggevo che voleva nascondermi il fatto che non erano riusciti a rimettere a posto la gamba.

Io già ero consapevole che sotto il lenzuolo la gamba non c’era più e prontamente cercai di rassicurarla, dicendole di stare tranquilla perché insieme avremmo superato anche questa prova. Quando fui trasferito dalla terapia intensiva in stanza, ero coccolato da tutta la mia famiglia e da tutto il reparto.

“Io sono forte” mi son detto ,”tornerò a camminare”, questo era il mio obiettivo!

 

Quei 40 giorni in ospedale furono interminabili e pieni di operazioni. Subii quattro interventi , uno dove rischiai di non farcela ed invece riuscii a superare tutto perché mi ero posto l’obiettivo di tornare a camminare. Ero io, quel piccolo ragazzetto, che riuscivo a dare forza agli altri pazienti che venivano a trovarmi in stanza come fossi un eroe. Non lo ero in realtà, avevo solo una gran voglia di vivere e ho cercato di tirare fuori tutta la mia forza!
Quando uscii dell’ospedale era Dicembre e al ritorno nel mio paese fui accolto con un grosso abbraccio da tutti i miei concittadini . Iniziava una nuova vita e dovevo darmi da fare. Il mio obiettivo era sempre quello: tornare a camminare e perché no a correre e giocare a pallone!

Qualche tempo dopo mi diedero il contatto di un centro ortopedico, la ROGA ad Enna. Quando per la prima volta parlai con il mio attuale protesista Rosario Gagliano, direttore tecnico del centro, la prima domanda che gli feci fu, “posso tornare a giocare a calcio?”. Era sempre quello il mio obiettivo. Era ormai da mesi che le mie orecchie sentivano solo brutte notizie. Quella fu la prima volta dopo tanto tempo che il mio cuore iniziò nuovamente a battere forte, come quando corri più forte che mai per segnare il goal della vittoria. “Da qui uscirai con la palla tra i piedi”, e quella promessa è stata mantenuta.

Alla ROGA trovai una seconda famiglia, persone, o meglio, amici che ancora oggi porto nel cuore e sento con piacere. Quando iniziai la riabilitazione mi dissero che ci sarebbe stato molto lavoro da fare, ma ciò non fermò la voglia di rinascere di nuovo. Iniziai la prima settimana con la riabilitazione in palestra dove mi iniziarono a rimettere in piedi, ovviamente senza equilibrio e senza tecnica; nelle settimane che seguirono il percorso fisioterapico era mirato per rinvigorire i muscoli e scollare le cicatrici; oltre alla normale riabilitazione riuscii a lavorare anche in piscina svolgendo attività di idrokinesiterapia. La cosa più bella di quel periodo è stata che tra una seduta e l’altra, tra una protesi di prova e quella definitiva, si instaurava sempre un rapporto di familiarità, tanto che oggi con i miei fisioterapisti ed i tecnici, continuiamo a sentirci e vederci anche all’esterno del Centro. Alla ROGA ho trovato davvero tante persone che hanno segnato la mia vita, ho costruito rapporti duraturi e forti con tanti amici sparsi per la Sicilia a cui devo tanto.

Io sono Fabrizio.

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